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Biopellet: nuova tecnologia che utilizza scarti agricoli

(di Elisa Faioli)

L’uso di biomassa vegetale per la produzione di calore ed energia è da sempre l’alternativa all’utilizzo di combustibili fossili. Il pellet è una delle forme più comuni, derivante dalla compattazione di legno e altri materiali di secondaria importanza dell’industria forestale.

Un nuovo studio, condotto dall’Università del Saskatchewan, in Canada, si è concentrato sui benefici legati al riciclo dei rifiuti agricoli, sottoprodotti economici e abbandonati, nella produzione dei pellet.

Secondo l’ingegnere Tumpa Sarker, riscaldando la farina e le bucce di canola (varietà di colza) insieme alle bucce di avena prima di comprimerle, si ottiene un pellet di qualità superiore con contenuto di umidità e volume inferiori e contenuto energetico e densità più elevati, ottenendo un potere calorifico simile a quello del carbone.

Tale processo ideato dall’ingegnere viene chiamato torrefazione e consiste nel riscaldamento della biomassa a temperature comprese tra 200 e 300 gradi Celsius in un ambiente inerte, ovvero privo di ossigeno e CO2.

Anche l’Italia è all’avanguardia nella produzione di biopellet: il Sicilia è stato sperimentato il sistema Refolo, messo appunto dai ricercatori dell’Ism-Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del Cnr, che consiste in combinazioni di tecnologie in grado di produrre ‘biopellet’ per riscaldamento dalla parte residua degli agrumi, cioè dalle bucce e dalle fibre.

Questi pellet rappresentano un’ottima soluzione per aumentare l’utilizzo di combustibili non fossili per la produzione di calore. Rimane tuttavia da stabilire quanto siano sostenibili i loro processi di produzione.

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